venerdì 11 novembre 2011

patologie del Tao


Per cominciare, vorrei fare con voi un piccolo esperi­mento. Alzi la mano chi crede di vedermi. Vedo molte mani alzate... quindi ne deduco che la pazzia ama stare in compagnia. Naturalmente, voi non vedete ‘realmente’ me: quello che ‘vedete’ è un mucchio di informazioni su di me, che voi sintetizzate in una immagine visiva di me. Voi vi costruite quell’immagine.
Lo proposizione ‘Io vedo te’ o ‘Tu vedi me’ è una proposizione che contiene in sé ciò che chiamo episte­mologia. Contiene in sé ipotesi su come ricaviamo l’in­formazione, su che razza di roba sia l’informazione, e cosl via. Quando voi dite che mi ‘vedete’ e alzate innocente-mente la mano, di fatto vi conformate a certe proposizioni relative alla natura della conoscenza e alla natura dell’uni­verso in cui viviamo e al modo in cui veniamo a cono­scerlo. Mi propongo di dimostrare che molte di queste proposizioni sono in realtà false, anche se tutti noi le condividiamo. Nel caso di siffatte proposizioni epistemo­logiche, l’errore non viene scoperto facilmente e non vie­ne punito molto presto. Voi e io siamo in grado di andare in giro per il mondo, di volare fino alle Hawaii, di pre­sentare memorie sulla psichiatria, di trovare il nostro po­sto a questi tavoli, e in generale di agire ragionevolmente come esseri umani nonostante questo profondo errore. Le premesse errate, in effetti, funzionano.
D’altra parte, le premesse funzionano solo fino a un certo limite, e se uno si porta dietro gravi errori episte­mologici, a qualche stadio o in certe circostanze si accor­gerà che quelle premesse non funzionano più; e a questo punto scoprirà con orrore che è tremendamente difficile liberarsi dall’errore che ci sta appiccicato addosso. È co­me se avessimo toccato del miele. Come il miele, la fal­sificazione si propaga: ogni cosa con cui si cerca di sbrat­tarla diviene appiccicosa, e le mani restano sempre appiccicose.
...
Dopo tutto, zero è diverso da uno, e pertanto zero può essere una causa, il che non è ammissibile nelle scien­ze fisiche. La lettera che non avete scritto può provocare una risposta furiosa, poiché zero può essere metà del bit d’informazione necessario. Anche l’identità può essere una causa, poiché l’identità differisce dalla differenza. 
Queste strane relazioni valgono perché noi organismi (e molte delle macchine che costruiamo) ci troviamo a es­ser capaci d’immagazzinare energia: ci troviamo a posse­dere la struttura circuitale necessaria a che il nostro con­sumo di energia possa essere una funzione decrescente del­l’energia entrante. Se date un calcio a una pietra, essa si muove con l’energia che ha ricevuto dalla vostra pedata; ma se date un calcio a un cane, esso si muove con l’ener­gia che ricava dal suo metabolismo. Un’ameba, per un tempo considerevole, si muove di più quando è affama­ta. Il suo consumo di energia è inversamente proporzio­nale all’energia entrante. 
Questi strani effetti propri della creatura (e che non si presentano nel pleroma) dipendono anche dalla struttura circuitale, e un circuito è un canale chiuso (o una rete di canali) lungo il quale vengono trasmesse differenze (o trasformate di differenze). 
D’un tratto, negli ultimi vent’anni, questi concetti si sono fusi per darci un’ampia visione del mondo in cui vi­viamo - un nuovo modo d’intendere ciò che è una mente. Voglio elencare quelle che a me sembrano le caratteristi­che essenziali minime di un sistema che io accetterei come caratteristiche della mente: 

I. Il sistema agirà su e con differenze. 
2. Il sistema consisterà in anelli chiusi o reti di canali lungo i quali verranno trasmesse le differenze e le loro trasformate. (Ciò che viene trasmesso su un neurone non è un impulso, ma la notizia di una differenza). 
3. Molti degli eventi interni al sistema riceveranno energia dal componente che risponde piuttosto che dal­l’effetto del componente innescante. 
4. Il sistema si dimostrerà autocorrettivo, nella direzio­ne dell’omeostasi o nella direzione dell’instabilità. L’au­tocorrezione implica il procedimento per tentativi ed er­rori. 

Ora queste caratteristiche minime della mente sono ge­nerate ogni qualvolta e ovunque esista l’adeguata strut­tura circuitale di anelli causali. La mente è funzione ne­cessaria, inevitabile, di un’adeguata complessità, ovunque questa complessità si presenti. 
Ma quella complessità si presenta in moltissimi altri posti, oltre che nella mia e nella vostra testa. Torneremo in seguito al problema se un uomo o un calcolatore abbia­no una mente. Per il momento dirò che una foresta di sequoie o un banco corallifero con il loro aggregato di organismi dalle relazioni intrecciate hanno la necessaria struttura circuitale. L’energia necessaria per le risposte di ogni organismo è fornita dal suo metabolismo e il sistema globale agisce in modo autocorrettivo in diverse maniere. Una società umana è simile a tutto ciò e possiede anelli causali chiusi. Ogni organizzazione umana mostra sia ca­ratteristiche autocorrettive sia una potenziale instabilità. 
Consideriamo ora per un momento se un calcolatore pensi. Io direi di no. Ciò che ‘pensa’ e procede per ‘ten­tativi ed errori’ è l’uomo più il calcolatore più l’ambiente. E le linee di demarcazione tra uomo, calcolatore e ambien­te sono del tutto artificiali e fittizie: sono linee che ta­gliano i canali lungo i quali vengono trasmesse le informazioni o le differenze; non sono confini del sistema pen­sante. Quello che pensa è il sistema totale, che procede per tentativi ed errori, ed è costituito dall’uomo più l’am­biente. 
Ma se accettate l’autocorrezione come caratteristica de­cisiva del processo di pensiero o mentale, allora ovvia­mente all’interno dell’uomo c’è ‘pensiero’ a livello neuro­vegetativo per il mantenimento di diverse variabili in­terne. Analogamente il calcolatore, qualora controlli la sua temperatura interna, effettua al suo interno qualche semplice processo di pensiero. 
Ora cominciamo a scorgere alcuni degli errori episte­mologici della civiltà occidentale. In armonia col clima di pensiero che predominava verso la metà dell’Ottocento in Inghilterra, Darwin formulò una teoria della selezione naturale e dell’evoluzione in cui l’unità di sopravvivenza era o la famiglia o la specie o la sottospecie o qualcosa del genere. Ma oggi è pacifico che non è questa l’unità di sopravvivenza nel mondo biologico reale: l’unità di so­pravvivenza è l’organismo più l’ambiente. Stiamo impa­rando sulla nostra pelle che l’organismo che distrugge il suo ambiente distrugge se stesso. 
Se ora modifichiamo l’unità di sopravvivenza darwinia­na fino a includervi l’ambiente e l’interazione fra organi­smo e ambiente, appare una stranissima e sorprendente identità: l’unità di sopravvivenza evolutiva risulta coinci­dere con l’unità mentale. 
Una volta si pensava a una gerarchia di taxa (individuo, famiglia, sottospecie, specie, eccetera) come unità di so­pravvivenza; ora invece si scorge una diversa gerarchia di unità — gene nell’organismo, organismo nell’ambiente, eco-sistema, eccetera. L’ecologia, nel senso più ampio, appare come lo studio dell’interazione e della sopravvivenza delle idee e dei programmi (cioè differenze, complessi di diffe­renze, eccetera) nei circuiti. 
Vediamo ora che cosa succede quando si commette l’er­rore epistemologico di scegliere l’unità sbagliata: si fini­sce col contrapporre una specie a un’altra che la circon­da o all’ambiente in cui vive. Uomo contro natura. In effetti si finisce con l’inquinare la Kaneohe Bay, col ri­durre il lago Erie a una poltiglia verde e col dire: «Costruiamo bombe atomiche più potenti per annientare i nostri vicini di casa». Vi è un’ecologia delle idee cattive, proprio come vi è un’ecologia delle erbacce, ed è una ca­ratteristica del sistema che l’errore di base si propaghi. Come un parassita tenace esso si ramifica nei tessuti vi­tali, e tutto finisce in un caos piuttosto singolare. Quan­do si restringe la propria epistemologia e si agisce sulla base della premessa: « Ciò che interessa me sono io, o la mia organizzazione, o la mia specie », si escludono dalla considerazione altri anelli della struttura: si decide di vo­lersi sbarazzare dei sottoprodotti della vita umana e si decide che il lago Erie sarà un buon posto per scaricar­veli; si dimentica però che il sistema eco-mentale chiamato lago Erie è una parte del nostro più ampio sistema eco-mentale e che se il lago Erie viene spinto alla follia, la sua follia viene incorporata nel più vasto sistema del nostro pensiero e della nostra esperienza. 
Voi e io siamo così profondamente imbevuti, per la nostra formazione culturale, dell’idea dell’ ‘io’, dell’or­ganizzazione e della specie, che è difficile credere che l’uomo possa vedere i suoi rapporti con l’ambiente in un qualunque altro modo che non sia quello che ho biasi­mato con un po di cattiveria negli evoluzionisti dell’Ot­tocento. Devo perciò spendere qualche parola sulla storia di tale questione. 
Dal punto di vista antropologico, ciò che sappiamo sul materiale primitivo sembrerebbe indicare che l’uomo nel­la società traesse spunti dal mondo naturale circostante e li applicasse in un qualche modo metaforico alla società in cui viveva.
Cioè egli si identificava o si immedesimava col mondo naturale circostante e prendeva questa imme­desimazione a guida della propria organizzazione sociale e delle proprie teorie sulla psicologia. Si trattava del cosid­detto ‘totemismo’. 
In un certo senso era tutto assurdo, eppure era più sensato della maggior parte delle cose che facciamo oggi, poiché il mondo naturale intorno a noi possiede in realtà questa struttura generale di sistema, ed è quindi una fonte di metafore adatte a porre l’uomo in grado di capire se stesso all’interno della sua organizzazione sociale. 
Il passo successivo, a quanto sembra, fu quello di inver­tire il procedimento: trarre spunti da se stessi e applicarli al mondo naturale circostante: si trattò dell’ ‘animismo’, che estende la nozione di personalità o mente alle mon­tagne, ai fiumi, alle foreste e così via. Anche questa non era una cattiva idea da molti punti di vista. Ma il passo successivo fu quello di separare la nozione di mente dal mondo naturale, e allora si ebbe la nozione di divinità. 
Ma quando si separa la mente dalla struttura in cui è immanente — come un rapporto umano, la società umana, o l’ecosistema — si commette, io credo, un errore fonda­mentale, di cui a lungo andare sicuramente si soffrirà. 
La lotta può essere un elemento positivo per la nostra anima fino al punto in cui vincere la battaglia è facile. Ma quando si possiede una tecnica tanto sviluppata da poter veramente agire sulla base dei propri errori epi­stemologici e provocare disordine e distruzione nel mondo in cui viviamo, allora l’errore è mortale. L’errore episte­mologico è ammissibile, va bene, ma solo fino al momento in cui ci crea intorno un universo in cui quell’errore divie­ne immanente nei mostruosi cambiamenti del mondo che abbiamo creato e in cui ora cerchiamo di vivere. 
Vedete, non stiamo parlando della vecchia cara Mente Suprema di Aristotele, di san Tommaso d’Aquino, e di tutto il resto nel corso dei secoli; quella Mente Suprema che era infallibile e incorruttibile. Stiamo parlando della mente immanente, la quale è corruttibilissima, come tut­ti voi sapete per esperienza professionale. Questo è pro­prio il motivo per cui voi siete qui. Questi circuiti ed equilibri della natura possono facilmente guastai-si, e cer­tamente si guastano quando certi errori fondamentali del nostro pensiero vengono rinforzati da migliaia di partico­lari culturali. 
Non so quanti oggi credano veramente che esista una mente totale separata dal corpo, separata dalla società e separata dalla natura; ma a quelli tra voi che direbbero che si tratta solo di ‘superstizione’, dirò che sono pronto a scommettere che in pochi minuti posso dimostrare loro che le abitudini e i modi di pensare che si accompagnano a quelle superstizioni esistono ancora nella loro testa e an­cora determinano una larga parte dei loro pensieri. L’idea che voi potete vedermi regge ancora i vostri pensieri e le vostre azioni anche se intellettualmente voi forse sapete che non è così. Allo stesso modo i più di noi sono ancora guidati da epistemologie che sappiamo errate. Vediamo alcune delle implicazioni di ciò che ho detto. 
Guardiamo al modo in cui le nozioni fondamentali sono rinforzate ed espresse in ogni genere di particolari del nostro comportamento. Il fatto stesso che io stia monologando davanti a voi è una norma della nostra sottocul­tura accademica, ma l’idea che io possa insegnare a voi, unilateralmente, è derivata dalla premessa che la mente controlla il corpo. E ogni volta che uno psicoterapeuta scivola in una terapia unilaterale, egli obbedisce alla stes­sa premessa. Di fatto, io, stando in piedi davanti a voi, sto compiendo un atto di prevaricazione, rinforzando nel­la vostra mente un atto di pensiero che in realtà è assur­do. Tutti noi continuamente facciamo questo, perché ciò è insito nei particolari del nostro comportamento.
Notate che io sto in piedi, mentre voi state seduti. 
Lo stesso ragionamento conduce ovviamente alle teorie del controllo e alle teorie del potere. In quell’universo, se non si ottiene ciò che si vuole, si dà la colpa a qualcuno e si erige una prigione o un manicomio, secondo i gusti, e vi si caccia il colpevole, se si è capaci di identificarlo. Se non si è capaci di identificano, si dice: "È il sistema".
Questo è grosso modo il punto a cui sono giunti oggi i nostri giovani, che dànno la colpa al sistema; ma noi sap­piamo che non è ai sistemi che si deve dare la colpa: anch’essi fanno parte dello stesso errore. 
Poi naturalmente c’è il problema delle armi. Se voi cre­dete in quel mondo unilaterale e pensate che anche gli altri ci credano (e probabilmente avete ragione, ci credo­no), allora la cosa da fare, ovviamente, è procurarsi delle armi, colpirli duramente e ‘controllarli’. 
Si dice che il potere corrompe; ma questo, credo, è as­surdo: è l’idea del potere che corrompe. Il potere corrom­pe più rapidamente quelli che credono in esso, e sono proprio costoro quelli che più ardentemente lo desiderano. Ovviamente il nostro sistema democratico tende a elar­gire il potere a coloro che lo bramano, e fornisce ogni occa­sione di evitarlo a coloro che non lo vogliono. Non è una soluzione molto soddisfacente, se il potere corrompe pro­prio quelli che ci credono e lo vogliono. 
Forse il potere unilaterale non esiste: dopo tutto, l’uo­mo ‘al potere’ dipende dall’informazione che continua­mente deve ricevere dall’esterno. Egli reagisce a quell’in­formazione nella stessa misura in cui ‘fa’ accadere le cose. Per Goebbels non è possibile controllare l’opinione pubblica tedesca, poiché per farlo egli deve avere spie o confidenti o sondaggi d’opinione che gli dicano che cosa pensano i tedeschi; egli deve poi decidere che cosa ri­spondere a quest’informazione, e poi di nuovo scoprire come essi reagiscono. È un’interazione e non una situa­zione unidirezionale. 
Ma il mito del potere è, naturalmente, un mito poten­tissimo, e probabilmente la maggior parte delle persone a questo mondo più o meno ci credono. È un mito che, se tutti ci credono, nella stessa misura si auto-convalida. Ma è tuttavia una follia epistemologica e conduce senza scampo a disastri di vario genere. 
Infine c’è il problema dell’urgenza: è ora chiaro a molti che immensi pericoli di catastrofe sono germogliati sugli errori epistemologici occidentali. Essi vanno dagli inset­ticidi all’inquinamento, dalla ricaduta delle scorie radioat­tive alla possibilità di fusione della calotta antartica. So­prattutto, la nostra incredibile volontà di salvare la vita dei singoli individui ha creato la possibilità di una care­stia mondiale nell’immediato futuro. 
Forse abbiamo una possibilità alla pari di superare i prossimi vent’anni senza disastri più gravi della semplice distruzione di una o più nazioni. 
Io credo che questa massiccia congerie di minacce al­l’uomo e ai suoi sistemi ecologici sorga da errori nelle nostre abitudini di pensiero a livelli profondi e in parte inconsci. 
Come terapeuti, chiaramente abbiamo un dovere. 
Primo, di far luce in noi stessi; e poi di cercare ogni segno di luce negli altri, e di aiutarli e rinforzarli in tutto ciò che di saggio vi sia in loro. 
E vi sono oasi di saggezza che ancora sopravvivono nel mondo. Buona parte della filosofia orientale è più saggia di qualunque cosa abbia prodotto l’Occidente, e alcuni degli sforzi confusi dei nostri giovani contengono più saggezza delle convenzioni dell’establishment.

Patologie dell'Epistemologia, 1969

Nessun commento:

Posta un commento